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Il mondo di Giuseppe (indice ) |
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CRIMINALMENTE BELLA ( racconto di Matteo Malpassi ) |
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La sagoma dell'autobus, squadrata e traballante, apparve
sul fondo del viale. Sbucò fuori da una laterale striminzita, asciutta come il
letto di un fiume in estate, rimanendo in carreggiata solo grazie ad una manovra
brusca, repentina come lo scatto di un cane che si volge a cacciare una pulce.
Assistevo a quella scena tutti i giorni e tutti i giorni, da cinque anni, mi
chiedevo perché l'assessore al traffico non avesse ancora deciso di cambiare il
percorso del 20. E dire che di lamentele ce n'erano state ed anche di sonore, ma
quella, a parer suo, sembrava l'unica strada adatta a sveltire il circuito in
questione. Era dunque routine consolidata, che i pendolari della zona ed i
turisti provenienti dall'aeroporto (dove il 20 faceva capolinea) subissero, in
quel punto, uno scecheraggio violento, trovandosi regolarmente sbalzati gli uni
addosso agli altri in un turbinio scomposto di corpi e bagagli...
Sono un controllore e fortuna vuole che non sia mai a bordo in quell'istante. Il
sapere, però, che un attimo prima che io salga si consumi una piccola tragedia,
rende lo svolgimento delle mie funzioni un tantino più difficile e crudele. In
questi anni di lavoro a contatto col pubblico ho maturato una convinzione:
l'utente medio è così annebbiato da un grossolano strato di pretese, che è
incapace di analizzare i punti deboli del servizio ed inabile, di conseguenza,
di individuare i veri responsabili dei disagi che sopporta.
Sbuffando fumo nero dalla marmitta, puntata verso il cielo come uno shuttle, la
macchia arancione dell'autobus giunse alla fermata e fu tutto un guaire di
freni. Le porte si aprirono, nessuno scese. Salii io ed uno sparuto gruppetto
d'individui. Una ventata d'aria calda e viziata mi travolse. Fuori l'inverno
mostrava i suoi canini. Dentro l'ambiente era ancora in subbuglio: qua e là,
strette imprecazioni solcavano la lunghezza della vettura come aquiloni
impazziti. Mi guardai un po' intorno, sentii l'esitazione affiorarmi alla gola.
Quante volte, durante i primi mesi di servizio, non avevo avuto il coraggio di
tirar fuori il cartellino e farmi riconoscere ! Quante volte avevo preferito
rimanere anonimo ad ascoltare mestamente il lungo elenco di frasi velenose
rivolte all'Azienda di Pubblico Trasporto ! Troppe ! Un bel giorno, però,
un'anziana signora mi aprì gli occhi. Due giovanotti di fronte a lei si
facevano gran vanto di averla sfangata in svariate occasioni, di essere saliti
senza biglietto ed essere giunti a destinazione in barba a tutti quanti. Dalle
rugose labbra della donna udii uscire una sola parola, un'unica fiamma, decisa e
giudicante come un anatema:
- Disonesti ! -
Fu in quel momento che capii, che trovai la chiave di lettura della mia
posizione: dovevo difendere il buon senso e l'onestà di coloro che si
comportavano con rettitudine, di quelli che si munivano regolarmente di titolo di viaggio. Lasciar impunito un
qualsiasi truffaldino, era insultarli per aver fatto il loro dovere.
Ogni volta che sentivo il nodo dell'incertezza risalirmi le viscere, andavo a
ripescare nella memoria la sensazione di coraggio che quelle labbra, solcate dal
tempo, mi avevano infuso quel giorno. Era una specie di àncora, un peso capace
di ristabilire in me il senso di equilibrio intuito in quell'occasione. Feci
saltar fuori il cartellino identificativo, lo appinzai diligentemente ad un
risvolto del cappotto e mi gettai nella mia opera di controllo. A dire il vero
avrei dovuto mettermi anche una sorta di fascia al braccio, ma in quel gesto
c'era tutto il gusto amaro del lutto, cosicché evitavo sempre di farlo.
- Biglietti Signori, prego ! -
Cinque anni ed ancora non mi ero abituato al cambiamento che scattava in me
ogniqualvolta quel benedetto cartellino metteva a nudo il mio ruolo nell'intimità
coatta di una vettura pubblica. Divenivo uno sceriffo, un paladino della legge.
Probabilmente la mia voce s'intenebriva e gli occhi mi si facevano piccoli e
indaganti, capaci di fissare la preda con intensità felina. Non mi riconoscevo!
- Biglietti Signori, prego! ... Faccia attenzione giovanotto, le stanno per
scadere i sessanta minuti, mi auguro per lei che sia a destinazione!? -
Cinque anni ed ancora mi chiedevo perché mai avessi partecipato a quel
concorso, ma soprattutto, perché mai avessi accettato quel posto, quando la mia
smisurata passione per la pittura cominciava a dare i suoi frutti. Tutte domande
che non smettevo di pormi e che mi rotolavano da un orbita all'altra senza
ancora avervi trovato risposta.
Lo spazio era minimo, e quando tutti cominciarono ad allargare i gomiti per
cercare il loro biglietto nelle tasche o nelle borse, percorrere la lunghezza
dell'autobus divenne quasi impossibile. L'autista frenò, in coda una banda di
giovinastri coi capelli multicolore saltò giù di spinta, probabilmente senza
biglietto e probabilmente esaltati dall'aver trovato quell'inaspettata via di
fuga. Li guardai schiamazzare sul marciapiede. L'autobus riprese la sua marcia.
- Biglietti Signori, prego! -
Odiavo l'austerità incontrollata che assumeva la mia voce, era al di là di
ogni mia volontà. Un ragazzetto, una volta, biascicò qualcosa come:
- Ma non gli sparano mai a questo Clint Eastwood?! -
Quanta ragione c'era in quella frase!
Proseguii il controllo, cercando l'equilibrio tra continui rallentamenti e
accelerazioni dell'autobus. Mani di ogni foggia mi porgevano biglietti più o
meno gualciti. Fu con l'olfatto che mi accorsi di lei. Emanava un delicatissimo
profumo di agrume, penetrante, per niente stucchevole. Avvicinarmici fu come
entrare in una aromatica aureola di santità. Chiusi gli occhi per un istante ed
aspirai a pieni polmoni, celebrando nelle narici l'indissolubile fratellanza che
lega il respiro all'olfatto. Quando li riapersi, una furia incontrollabile di
farla mia mi assalì. La scorsi, stava seduta, una piccola valigia ai piedi, lo
sguardo puntato oltre la unta condensa del finestrino. Indossava un intrigante
vestito color cenere, leggero per la stagione in cui eravamo, ma sufficiente per
l'equatore sprigionatosi all'interno della vettura. Su di esso uno stretto
cappotto d'astrakan brillava in ogni suo ricciolo, lasciandole mollemente
scoperta una spalla. Avrebbe potuto togliersi tutto, ma del fascino di cui era
prigioniera, non avrebbe mai potuto spogliarsi. I lunghi capelli color rame,
raccolti con finto disordine sulla nuca, lasciavano il collo libero di
allungarsi verso l'alto come un serpente incantato da un flauto. Le mani
svettavano lunghe e guantate di raso nero.
- Che bambola! -
- Prego?! -
- Biglietti, volevo dire... il biglietto signorina -
- Ah, sì ... un momento eh ... -
- ... -
- Ma dove l'ho messo ... eppure .... -
- E' sicura di averlo?! -
- Certo! -
Ecco che il Clint Eastwood che c'era in me stava uscendo. Mi odiavo, riuscivo a
rovinare sempre tutto. Quello splendido mammifero mi stava ad un passo in tutto
il suo rilucere ed io non trovavo altro modo di rivolgerle parola, che quello di
un buttero che raduna la sua mandria. Che rara specie di idiota ! Percepivo
tutta la morbidezza che nascondeva sotto le vesti, il languore di cui sarebbe
stata capace nell'intimità, la perfidia unica di una donna del genere... ma
quanto riuscissi ad articolare era solo l'esosa richiesta del biglietto.
Da crisi!
- L'avevo ! ... L'avevo in tasca un attimo fa... non lo trovo più -
- Mhmmm... Non mi convince, signorina -
- Ma glielo posso giurare! -
Niente da fare, lo sceriffo stava avendo la meglio. Riuscivo a vedermi da fuori,
antipatico e zotico, mentre tutta la vettura era assorbita da un solenne
silenzio.
- Deve essermi caduto quando c'è stata quella brusca manovra, deve essere qui
intorno... -
- Mhhm... -
Era bella, bella da sentire la dannazione bruciare lungo le vene per averla
profanata anche solo col pensiero. Era così bella che mi pareva un crimine
lasciarla circolare liberamente tra la folla. Erano un crimine i suoi occhi
color dell'ebano, il modo in cui riempiva il suo vestito così come un cielo
azzurro riempie una finestra, erano un crimine i miei pensieri nei suoi
riguardi. Più la osservavo e più mi rendevo conto di impazzire, di sentire le
ossa creparmisi per non sapere chi fosse. Un bacio, due baci, mille baci, tutti
i suoi baci volevo per me. Ero in preda ad una esasperata tempesta di ormoni.
- Mi vedo costretto ad assoggettarla ad una ammenda di regolarizzazione,
signorina -
- Ma... -
Mai, come in quel momento, ringraziai il mio severo alter ego di essere salito
così spontaneamente a galla. Se ciò non fosse stato, avrei potuto commettere
un'enorme sciocchezza.
- Vuol favorirmi un documento, per cortesia -
- E' in fondo alla valigia, dovrei aprirla, salterebbe fuori tutto... è proprio
necessario? -
- Beh no, se concilia immediatamente -
- Ma non è giusto ... -
- Giusto o meno, questo è il regolamento! Allora?! -
- Non lo so, cerchi di capire, io l'avevo il biglietto. Per una volta non può
fare un'eccezione? -
- Assolutamente no ! Non sarebbe onesto -
- ... e quanto dovrei pagare? -
- Il puro costo del biglietto... più sessantamila lire. E badi bene che le sto
applicando il minimo. -
- Tutto ciò è semplicemente scandaloso, stia sicuro che non finisce qui! -
- Va bene, ma intanto paga o no?! -
- Certo che pago, cosa vuole che faccia?! -
Per qualche secondo, mentre compilavo l'ammenda, fui colto da una stravagante
vertigine, come se le due persone che c'erano in me stessero duellando: da una
parte l'allocco, illanguidito dall'eccessiva dose di fascino assunta, dall'altra
il braccio forte della legge, l'integerrimo ed inattaccabile sceriffo della
linea 20. Mi odiavo e mi congratulavo con me stesso al medesimo tempo. Ma più
di tutto, mi facevo schifo per la cronica irresolutezza del mio carattere.
Frrrrrrr... Staccai la copia dell'avvenente signorina e gliela porsi.
- E' la prima volta che viene a Bologna, signorina? -
- Mhm - assenso.
- No, perché mi ricorda qualcuno, ma non riesco a mettere bene a fuoco chi. -
Un lampo di pupille mi congelò come un calzino bagnato steso al gelo di
gennaio:
- Ma la smetta! Cosa fa ora, cerca anche di attaccare bottone?! Ma per piacere,
prenda i soldi e assuma il decoro che dovrebbe distinguerla in certe occasioni!
-
Questa volta fu il lato dell'allocco ad avere la meglio sull'impulsività del
rigido Eastwood e quando penso a cosa sarebbe potuto accadere, se solo il ruolo
avesse prevalso sull'uomo, rabbrividisco ancora. Per qualche insondabile ragione
divina, però, questo non avvenne.
Si sfilò l'elegante guanto nero e mi porse un Caravaggio, sospirando di sdegno
e di incredulità. Presi il danaro, frugai nel borsello alla ricerca del resto,
glielo allungai e mi congedai con un timido arrivederla.
Una frase graffiante, alitata tra i denti, mi giunse alle orecchie: a
mai più, statale mangiapane!
Ormai ero a fondo vettura. Tranne quel caso era tutto in regola. Non sapevo se
essere felice o meno, avevo tutto l'intestino intrecciato da quell'esperienza e
sinché non raggiungemmo la fermata successiva rimasi a osservare con occhi da
sogliola quel cristallino esemplare di femmina. Con lo sguardo fisso sulla sua
spalla scoperta e la sensazione che tutte le altre pupille fossero per me,
masticai la strana sensazione di proibito che mi risaliva in gola. Era come se
il mio inconscio si sforzasse di mandarmi un messaggio, che io non riuscivo a
codificare.
Via Alighieri, l'autobus s'arrestò. Scesi e subito mi sentii come liberato da
un peccato che mi gravasse sulla testa, se non altro per lo sconcerto in cui
avevo gettato i viaggiatori a causa della mia condotta da inquisitore. Il cielo
era basso, opprimente. L'orizzonte della mia giornata era ancora invisibile. La
pazzia per quella donna mi stava sfrigolando nello stomaco e sentivo che
riuscire a sapere di più sul suo conto sarebbe stato come scoprire il mondo
intero. Nonostante ciò un senso di illecito mi avvelenava la bocca. Forse
miravo troppo in alto per le mie possibilità, forse dopo la facciata che avevo
dato di me, come di un soldato che obbedisce agli ordini senza discuterli, avrei
dovuto solamente seppellirmi, forse...
Forse, forse... la giornata trascorse così, immersa in un oleoso composto di
congetture senza possibilità alcuna di venirne a galla. A fine turno feci
rientro a casa, stanco, lacerato da tutto quel rimuginare, deciso a gettarmi su
una tela per riversarci sopra il mio stato d'animo. Infilai la chiave nella
toppa, spinsi il portone e mi avviai su per le scale. In passato qualcuno dei
condomini aveva lanciato l'idea di far installare un ascensore, ma fatta la
stima dei costi tutto si era arenato. Così non rimanevano che le vecchie e buie
scale di sempre. L'inconfondibile suono dei miei scarponi risuonò in tutta la
tromba e mia madre dovette sentirlo, perché la trovai sull'uscio, in faccia un
sorriso ebete e misterioso.
- Beh, com'è che sei lì? C'è qualcosa che non va? -
Silenzio. Cercai di leggerle la risposta negli occhi, ma la sua espressione mi
rimase insondabile.
- Allora?! -
- Abbiamo novità! -
I suoi cinquantatré anni luccicarono in tutto lo splendore delle rughe attorno
alla bocca.
- Di che tipo?! -
- Buone! -
Lasciai andare l'aria che avevo istintivamente trattenuto sino ad allora.
- Tu sai che io e mia sorella non ci vediamo da ventotto anni -
- Sì che lo so. Io non l'ho nemmeno conosciuta -
- E' stato perché partì per l'Argentina poco prima che tu nascessi, scegliendo
di andare a vivere nella terra dell'uomo che aveva sposato ... -
- Sì, questa storia la conosco a menadito, ma continuo a non capire. Hai
ricevuto una lettera? Ti dicono che verranno? Cosa c'è di nuovo?! -
- Abbiamo visite -
- Ma dai?! Non dirmi che sono qui? -
- Vieni con me -
Attraversammo il lungo corridoio di casa nostra. Gettavo lo sguardo dentro ad
ogni stanza, ma solo quando ci fermammo in prossimità del mio studiolo capii
che la sorpresa stava là. Dalla porta socchiusa scivolava fuori un odore acre
di tempera ad olio. Amavo quell'aroma. Mia mamma entrò e si fece accosta al
muro, producendosi in una sorta di inchino, come un maggiordomo che presenti gli
ospiti di una festa.
- Questa è tua cugina Matilda! Cugina buona, sai... di sangue, la figlia di mia
sorella! Matilda, lui è Vittorio -
Mi caddero le mascelle. La bambola dell'autobus mi stava davanti, una mia tela
tra le mani, il profumo di agrume miscelato a quello dei miei colori... Avrei
voluto che il cosmo mi digerisse all'istante, senza via di scampo, che
l'antimateria di un buco nero si sprigionasse attorno a me e mi risucchiasse in
un pasticcio densissimo di protoni e neutroni.
- Beh, non vi dite niente?! - esordì candida mia mamma - Guarda Vittorio, che
Matilda la parla bene la nostra lingua. A Buenos Aires ha studiato in una scuola
italiana ... -
La sorpresa fu reciproca. Il silenzio, calato violento come una tapparella
rotta, ne fu il segnale. Non ricordo per quanto tempo rimasi immobile,
inebetito, ma se non fosse stato per la freddezza e la classe di Matilda,
probabilmente sarei ancora là, in piedi, gli occhi fissi come un fagiano
imbalsamato. In quell'istante capii tutto il senso di proibito che le mie
viscere avevano cercato invano di comunicarmi, lo sentii risalirmi la gola come
un boccone acido e mal digerito, esplodermi in bocca e torturarmi per
l'impossibilità di ricacciarlo nel mare polverizzante dei succhi gastrici:
Matilda non sarebbe mai stata mia.